Paolo è libero…

Da anni conservavamo in tasca il suo numero di telefono, ma non eravamo mai andati a trovarlo. Erano gli inizi degli anni ottanta, e per quelle strane distanze, mentali più che fisiche, a noi ventenni con tante patenti ma senza neanche una macchina Brindisi -dove viveva- sembrava una città lontana, come Bari o come Napoli, nonostante fosse a meno di cento chilometri di distanza dai nostri paesi e nonostante magari andassimo con il treno su e giù per l’Italia  -per lavoro, per l’università o per “la politica”. Ma nel Salento, agli inizi degli anni ottanta, ci volevano le giornate, con il treno, per arrivare da qualsiasi parte.

I compagni di Milano ci avevano raccontato di questo trentino trapiantato nella Puglia –c’è anche gente (poca) che emigra al contrario, dal nord verso il sud-, di questo famoso giocatore di pallacanestro, giovane promessa negli anni ’70, che aveva giocato per l’Olimpia, per la Billy e la Cinzano Milano ( Dan Peterson era stato il suo allenatore); più volte ci avevano detto di questo compagno alto più di due metri che finanziava A-Rivista, Umanità Nova e tutta la stampa anarchica.

Poi una sera ce lo siamo ritrovato di fronte, ai bordi del campo di calcio di un paesino della provincia di Lecce, a un concerto dei Litfiba, una serata contro il nucleare, che vendeva la stampa anarchica insieme alla sua compagna di allora.

Non potevi non riconoscerlo, Paolo Friz (quanta gente conoscete che è alta più di due metri e diffonde la stampa anarchica?).

Ricordo bene l’immediata simpatia che provammo per lui: nessuno allora, di quelli che conoscevamo, era più simpatico di Paolo. Era uno scherzo continuo, una continua presa per il culo.

Paolo è stato uno dei fondatori della Comune, ma non è mai riuscito a realizzare il suo sogno di venirci a vivere. E’ stato anche uno dei fondatori del Coordinamento Anarchico del Salento, forse l’unica realtà libertaria organizzata degli ultimi trent’anni in questa terra di confine; ed è stato collaboratore, sostenitore e redattore di Senzapatria, quando la rivista la facevamo qui a Lecce, prima di imbarcarci nell’avventura di Urupia.

Poi, una decina di anni fa, una forma di Parkinson giovanile ha cominciato a complicargli la vita.  A Bologna si era fatto installare nel cervello un dispensatore elettronico di dopamina (o qualcosa del genere) senza il quale non riusciva quasi più nemmeno a camminare: ve lo immaginate una bestia d’uomo, un gigante alto più di due metri che ha imbucato canestri per metà della sua vita e non riesce nemmeno a scansare una pietra, e si inchioda davanti allo scalino del bagno?

Insieme abbiamo collezionato centinaia di fumetti; Ken Parker era il nostro preferito. Paolo amava gli Indiani d’America: amava i popoli oppressi, gli sfruttati, le persone –anzi, gli esseri- più deboli. Quindi amava gli animali; come veterinario per anni è stato per noi un punto di riferimento, per un cucciolo abbandonato, un uccello impallinato, un volpacchiotto ferito, o per aiutarci con una iniezione a far morire dolcemente i nostri amici a quattro zampe quando la vita diventava per loro solo dolore e sofferenza. Ogni tanto arrivava a Urupia con un gheppio, una quaglia, una civetta, un cervone o una testuggine, e li liberava nella macchia o nel giardino. Nel giardino di Urupia per anni ha aiutato a nascere e a crescere centinaia di tartarughe terrestri: gli incendi, i diserbanti, le lavorazioni del terreno ne hanno fatto ormai una specie in via di estinzione. A Urupia, di adulti ce c’erano più di una trentina, tra maschi e femmine. Le avete mai viste quando fanno all’amore? Uno spettacolo! In Cina sono il simbolo della passione amorosa. In primavera le potevi sentire inseguirsi in mezzo all’erba, tra morsi, mugolii e testate sulla corazza: durante l’accoppiamento fanno un casino che non ti puoi immaginare.

Ogni volta che qualcuno portava una tartaruga malata nel suo studio, Paolo la curava, poi la portava a Urupia. Durante l’estate nascevano altre venti, trenta piccole tartarughe; e, una volta all’anno, Paolo le liberava, nel grande bosco di una masseria vicino Ostuni. Era un rito, una festa, alla quale accorrevano tantissime persone con i loro bambini. Il giorno prescelto era il 2 giugno, la Festa della Liberazione: la liberazione delle tartarughe.

Ma la sua vita era diventata già molto difficile: quel cazzo di apparecchio che teneva nella testa gli faceva venire ogni tanto dei colpi di sonno. Le fiancate della sua auto erano segnate dalle continue strisciate contro i paracarri. E noi a insistere: “Paolo, fermati! Non guidare più”.

Ma chi lo fermava, a Paolo? Era una fucina, un vulcano, un’esplosione instancabile di piani, di progetti, di sogni, di visioni, di idee. E non lo ha fermato neppure lo schianto, sotto un furgone parcheggiato al lato della strada, a metà agosto di un anno e mezzo fa.

Più di mezz’ora a tirarlo fuori dalle lamiere, e più di un anno e mezzo immobile in un letto, intubato, incapace di muovere una mano o di dirti si o no con le labbra o con gli occhi.

E per un anno e mezzo abbiamo pregato che si fermasse, che si lasciasse andare, che si regalasse un po’ di pace, un po’ di serenità. Abbiamo pregato. Non un normale dio, che nessuno di noi ci ha mai neanche un poco creduto; forse l’Amore, o la Pietà, o la Giustizia, o l’Anarchia.

E alla fine qualcuno o qualcosa ha ascoltato le nostre preghiere: Paolo è libero, dal 19 dicembre. E se adesso sta da qualche parte, se gli hanno dato la possibilità di scegliere dove inseguire i suoi piani assurdi, i suoi progetti sballati, siamo sicuri che avrà scelto le praterie di Manitou, insieme a Lungo Fucile e agli Indiani, non a cacciare i bisonti, ma a curarli.

Agostino Manni

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